Samperi si trova nell’entroterra marsalese, a pochi chilometri dal mare. È una terra pianeggiante, asciutta, calcarea, attraversata dal vento e impregnata di luce.
Quando Marco decide di occuparsi di quella sua terra, il nome Marsala è conosciuto in tutto il mondo, ma il vino che porta quel nome ha perso gran parte della propria identità. Le produzioni di massa, gli invecchiamenti abbreviati e l’uso eccessivo dell’alcol hanno allontanato molte bottiglie dalla complessità che quel territorio sarebbe ancora capace di esprimere.
La risposta di De Bartoli non consiste nell’inventare qualcosa di nuovo. Consiste nel risalire alle origini: al vino prodotto a Marsala prima dell’intervento britannico, prima della fortificazione, quando il tempo, il legno, il Grillo e il metodo perpetuo erano sufficienti a costruirne il carattere.
Non è archeologia enologica. Non è nostalgia. È una scelta contemporanea: togliere ciò che è superfluo per lasciare parlare il territorio. Al Baglio Vecchio Samperi, Marco avvia così un percorso che l’azienda definisce ancora oggi un “ritorno alle origini del marsala”.
Marco De Bartoli non parlava del Marsala con la prudenza delle relazioni pubbliche. Lo considerava tecnicamente morto: non perché mancassero produttori o consumatori, ma perché spesso veniva realizzato partendo da vini troppo deboli, corretti attraverso un apporto eccessivo di alcol e sottoposti a periodi di affinamento insufficienti.
«Mi sento, purtroppo, oltre la Doc», disse in una delle sue ultime interviste.
Non era una dichiarazione di superiorità e non era una provocazione fine a se stessa. Era la constatazione che il vino immaginato da Marco non riusciva a entrare nelle classificazioni esistenti.
Il suo vigneto era Doc. Il suo pensiero era profondamente legato alla denominazione e alla storia di Marsala. Ma le regole non potevano impedirgli di cercare tempi più lunghi, basi vinose più forti e una qualità che non dipendesse dalla quantità di alcol aggiunto.
Da questo scarto nasce il Vecchio Samperi: il vino che il Marsala avrebbe potuto continuare a essere se la sua storia non fosse stata semplificata per renderlo più facile da produrre e da vendere.
«Dare a un vino un nome di fantasia è una sconfitta per il territorio.»
Prima di essere conosciuto come vignaiolo, Marco De Bartoli fu un pilota automobilistico.
Corse durante gli anni Settanta su circuiti e strade che richiedevano coraggio, sensibilità meccanica e capacità di spingersi fino al limite. Partecipò alla Targa Florio, alla Coppa Florio e a diverse competizioni riservate alle vetture sport prototipo.
Nel 1977, in coppia con Pasquale Anastasio su un’Osella, arrivò secondo assoluto nell’ultima Targa Florio disputata come gara di velocità. Continuò a correre fino al 1979, mentre a Samperi cominciava già un’altra avventura.
Per qualche tempo, Marco fece convivere due velocità opposte.
In pista cercava il punto esatto in cui frenare. In cantina imparava a non anticipare nulla. Le gare si decidevano in pochi secondi; il vino perpetuo richiedeva anni, decenni, generazioni.
Quando lasciò le competizioni, quella tensione non scomparve. Cambiò soltanto ritmo.
Le automobili rimasero una passione viva: le collezionava, le restaurava, ne custodiva le forme e la memoria. I motori riaffiorarono anche nell’identità visiva dei vini, come nella Giulietta Spider disegnata sull’etichetta del Rosso di Marco.
Nel 1980 Marco imbottiglia il primo Vecchio Samperi.
Il nome è già una dichiarazione di appartenenza. Non porta il cognome del produttore e non cerca una formula seducente da mercato: porta il nome della contrada in cui il vino nasce.
Per Marco, dare un nome a un vino significa dichiarare a chi quel vino appartenga davvero.
Il Vecchio Samperi nasce da uve Grillo e viene affinato attraverso il metodo perpetuo. Le botti non vengono mai completamente svuotate: ogni anno una parte del vino più vecchio viene prelevata e il volume mancante viene colmato con vino più giovane.
Il passato non viene sostituito. Viene alimentato.
Ogni imbottigliamento contiene così una parte delle vendemmie precedenti: non una fotografia di una singola annata, ma un archivio vivo, continuamente trasformato dal tempo.
Marco percorse inoltre il territorio alla ricerca di antichi vini perpetui custoditi nei bagli e nelle cantine familiari. Alcune delle riserve recuperate risalivano ai primi decenni del Novecento; negli archivi aziendali sono conservati vini datati fino al 1903.
Non erano reliquie da esporre. Erano frammenti di una memoria enologica che rischiava di scomparire.
«La varietà è il genio del vino.»
Al centro della ricerca di Marco c’è il Grillo.
Ne riconosce la forza, l’acidità, la capacità di raggiungere naturalmente gradazioni elevate e, soprattutto, la vocazione all’invecchiamento. In anni nei quali il vitigno era considerato quasi esclusivamente una base per il Marsala, De Bartoli ne comprende la possibilità di esprimersi anche come grande vino secco.
Nel 1990 nasce Grappoli del Grillo.
Con quel vino Marco porta il vitigno fuori dal ruolo che gli era stato assegnato e lo presenta come un bianco complesso, strutturato e capace di evolvere nel tempo.
È lo stesso principio che guida tutta la sua opera: non importare un modello da un altro territorio, ma scoprire fino a dove può arrivare ciò che esiste già in quel luogo.
12 HA
calcareo-sabbioso di medio impasto, pianeggiante
alberello e controspalliera Guyot; ceppi per ettaro 3.500.
manuale in piccole casse, le ultime settimane di settembre.
Selezione manuale delle uve, spremitura soffice, sedimentazione naturale, fermentazione tradizionale in fusti di rovere e castagno a temperatura ambiente.
Invecchiamento in fusti di rovere e castagno con un’aggiunta del 5% di vino più giovane ogni anno, utilizzando il tradizionale metodo perpetuo.
8.600